camille claudel

La Gorgone di Parigi

“Ha una natura profondamente personale, che attira per la grazia ma respinge per il temperamento selvaggio”.

Con queste parole Rodin, uno dei maggiori artisti della sua epoca, descrisse la sua allieva, modella, amante e musa Camille Claudel. Creatrice di forme, il lavoro delle sue mani e della sua anima tormentata la porta giovanissima al Salon e a fare la conoscenza del Maestro.
Si innamorò di lui e lui, sposato e padre, di lei. Ma sopratutto Camille si innamorò dell’arte di Rodin, delle suggestioni michelangiolesche, del “non finito”, della forza impressionista e del simbolismo delle opere, al punto da esserne influenzata e da influenzare le opere stesse in un gioco amoroso e creativo che coinvolse e stravolse entrambi gli artisti. Disegni, pregni di un’impressionante carica erotica, statue e scritti testimoniano questo valzer dei sensi.
Ma come il bronzo o il marmo anche la materia di cui è fatto l’uomo si può incrinare: l’amore si tramuta in odio, infinito e folle fino a punto di corrodere la mente di Camille. Un’insopportabile sofferenza la porta alla reclusione nel manicomio dove spenderà metà della sua estistenza, ripercorsa attraverso i carteggi dell’artista con lo spettacolo della compagnia ScenAperta in programma a Carnate durante L’ultima luna d’estate: “L’Age mur nié”, il titolo della vita di Camille Claudel.
Il riferimento è alla grande statua bronzea L’Age mur, considerata il capolavoro dell’artista e la massima espressione dello struggimento per l’abbandono da parte di Rodin. Lo spettacolo invece ci parla per frammenti di lettere, bocconi di parole tronche e stanche dell’età matura che viene negata e ostacolata. Una realizzazione che viene impedita non solo nella vita privata ma anche dal punto di vista artistico, infatti Camille dovrà lottare per finanziare le sue opere e molte sono le accorate lettere ai committenti perché le concedano anticipi sul pagamento di questa o quella statua.
In scena una Camille stanca di questa lotta per emanciparsi racconta e rievoca il suo passato, le discussioni col fratello Paul e i litigi coll’amante, con tutta l’energia e la freschezza che la giovane interprete Federica D’Angelo dona al personaggio, compito non facile dopo la profondità dell’interpretazione che Isabelle Adjani ne ha dato nella pellicola del 1988. Anche la regia coordina sapientemente musica e luci per rendere credibile ed efficace l’ambientazione surreale della pièce, il cui unico limite è rappresentato da un testo volutamente frammentato e per questo poco organico che con difficoltà si presta a una narrazione distesa ma riesce comunque a rendere un’impressione dell’artista.
Ma è sopratutto la scenografia che mette in nuova luce la figura di Camille la pazza. Quella che vediamo è infatti una donna in gabbia, circondata dai led luminosi che delimitano il palco e la separano dal pubblico e quindi da tutto il consesso umano. E’ una donna sola, la cui unica compagnia è l’acquario in cui nuota una medusa illuminata dai fari nella sera brianzola; la collocazione centrale sul palco suggerisce che proprio quest’elemento scenico sia il co-protagonista e l’ideale contraltare dello spettacolo, tanto da essere richiamato da un vecchio albero spoglio illuminato dietro al palco.
Si tratta di Camille e della sua arte, simboleggiata dal riferimento alla Medusa che trasforma in statua tutto ciò che guarda. Questi due aspetti inscindibili concorrono a renderci l’immagine di Camille Claudel, che come una novella Beatrice rendeva Arte ogni cosa su cui posa lo sguardo.

Giulio Bellotto

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